La stanza di Montanelli

Questa mia lettera alla “Stanza” di Indro Montanelli è stata pubblicata il 4 febbraio 1999 sul Corriere della sera. Di seguito la sua risposta.

A cena col diavolo per capire cosa diavolo è

Caro Montanelli,
sono un giovane giornalista free – lance, come lei appassionato di storia. Ho recentemente ripreso in mano la “Storia del Terzo Reich”, del giornalista e storico americano William Shirer. Anche questa seconda lettura mi ha confermato le impressioni che avevo avuto la prima volta e mi ha mostrato l’ effettivo significato dello scrivere di storia, e di storia contemporanea in particolare. Infatti, pur trattandosi di un libro dalle notevoli dimensioni (anche fisiche), le pagine di Shirer scorrono via con una tale vivacità che anche i dettagli più minuti ricevono una luce così limpida che porta a comprendere anche i passaggi più delicati e controversi. Ma soprattutto colpisce la capacità dell’autore di raccontare gli avvenimenti, di dar voce ai protagonisti, di incrociare le fonti e le testimonianze. Insomma, un modo di scrivere e di far ricerca così appassionante che verrebbe liquidato dagli storici italiani, di cui è noto l’inveterato vezzo di trascurare i fatti avvenuti, con l’ epiteto di “storia narrativa” (e quindi non scientifica). Come se la storia non fosse innanzitutto un racconto. Fatte queste considerazioni, volevo porle alcune domande: 1) Ha avuto occasione di conoscere personalmente William Shirer? 2) Perché i migliori libri di storia ci giungono dalla cultura anglosassone? 3) Faremmo bene a consigliare la lettura di questo libro agli accademici nostrani, così convinti che un giornalista non possa fare lo storico?

Caro Spinelli, ecco le risposte.
1) Shirer lo conobbi durante il processo di Norimberga, ma per me rimane un personaggio piuttosto misterioso. Sapeva, del nazismo, dei suoi uomini e del suo regime troppe cose per non sospettare che avesse avuto speciali entrature nei servizi segreti anglo – americani, se non che ne avesse addirittura fatto parte. Anche se fosse vero, intendiamoci, questo non andrebbe affatto a suo disdoro né a diminuzione del suo livello di maestro del reportage. Il vero giornalista scende anche all’inferno per andare a cena col Diavolo e cercar di capire cosa diavolo è. Il mio collega Ettore Mo, ultimo grande inviato speciale del giornalismo nostrano, si è dannato l’anima per raggiungere e guardare negli occhi il più efferato boia di questo secolo: il cambogiano Pol Pot. Forse, se ci fosse riuscito, Mo non sarebbe più tra noi. Comunque, è questo che distingue lo storico giornalista da quello accademico. Il primo non si contenta di sapere i fatti; vuole viverli dal di dentro.
2) Perchè la storiografia anglosassone rimane aderente ai fatti, e come prima cosa li “racconta” dall’a alla zeta partendo dal principio che il comune lettore li ignora, o li ha dimenticati. Mi pare di avere già ricordato una mia modesta esperienza, fatta nella redazione della United Press, dove facevo il mio apprendistato di cronista. Dovevo riassumere in pochissime righe tutte le informazioni che giungevano su una visita di Roosevelt nel Tennessee. Cominciai così: “Stamani alle dieci e cinquanta Roosevelt è sceso dal suo aereo all’ aeroporto di…”. Quando portai il mio compitino al capo – sala, questi mi guardò e mi chiese: “Chi è Roosevelt?”. E, vedendo la mia espressione fra esterrefatta e piccata, aggiunse: “Sì , io e te sappiamo chi è Roosevelt. Ma il lattaio dell’ Ohio non è tenuto a saperlo. Quindi bisogna spiegargli che si tratta del presidente degli Stati Uniti”. La lezione mi servì e mi serve tuttora.
3) Purtroppo, però , per “raccontare”, bisogna sapere raccontare come facevano i grandi Maestri dell’ Antichità da Erodoto a Tucidide, a Tacito ecc. E qui casca l’asino, volevo dire il professore. Il quale saprà bene la Storia, non ne dubito. Ma, salvo rarissime eccezioni, non sa raccontarla, anche perché a lui del lattaio dell’ Ohio non gliene importa nulla. Lui scrive per gli altri professori. Ecco il circolo eternamente vizioso della nostra cultura. Chi cerca di portarla fuori per metterla a disposizione del comune lettore, viene squalificato come “narratore”, che nel loro linguaggio equivale a menestrello o cantastorie. Ed è del tutto vano proporgli gli esempi anglosassoni. I nostri vengono da un altro tipo di cultura, quella dell’ Accademia, nata e sempre rimasta nel Palazzo.

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