Gli editoriali di Plast

Da Plast luglio/agosto 2009

Estate, arriva il tormentone
di Paolo Spinelli
Con l’inizio della bella stagione, ecco che arriva il tormentone. Ogni estate ha il suo. Si tratta di una canzone dal ritmo semplice e ripetitivo (stile cuore-sole-amore) che prima si insinua di soppiatto nella radio, confondendosi insieme con gli altri brani, poi va crescendo e infine esplode e non te ne liberi più: dovunque vai, al mare, ai monti o anche se resti in città, entra nelle orecchie e raggiunge il cervello, da cui non esce fino alla caduta delle prime foglie.
Ma altri tormentoni costellano l’estate italiana: il caldo torrido, l’esodo di agosto, le partenze intelligenti eccetera eccetera. Sembra già di leggere i titoli dei giornali delle prossime settimane.
A pensarci bene però le canzonette e tutto il resto non sono l’unico tormentone che accompagna la nostra vita. Luoghi comuni, frasi fatte, gesti ripetitivi costellano le nostre giornate. Il mondo del lavoro e del business non ne sono immuni: quante volte leggiamo e sentiamo parlare di innovazione, di ricerca, di internazionalizzazione? Non che siano concetti astratti, ma il continuo ripeterli li svuota di significato, trasformandoli in antifone da ripetere a memoria.
L’ultimo tormentone è quello della crisi. Quante volte nel giro di un anno abbiamo letto nei titoli dei giornali o ascoltato alla radio o in televisione la parola crisi? Innumerevoli, senza contare le volte che la sentiamo pronunciare da qualcuno o la diciamo noi stessi. Non senza buone, anzi ottime, ragioni. Le difficoltà in cui versa l’economia internazionale sono sotto gli occhi di tutti: i problemi finanziari e industriali che anche il nostro settore sta vivendo sono un dato di fatto incontestabile.
Il rischio però è che la crisi diventi un tormentone, un intercalare, una di quelle parole che a furia di ripeterle, perdono il loro significato. Un rischio che si aggiunge a un altro rischio insomma.
Così la crisi diventa la “summa” di tutti i problemi del mondo, il fattore a cui addossare tutte le cose negative, una spiegazione per tutto e quindi una spiegazione che non spiega niente, come se la crisi fosse un fenomeno della natura. Un tormentone appunto. E’ diminuito il fatturato? E’ la crisi. Ci sono pochi ordini? E’ la crisi. Piove? E’ la crisi. Il passo successivo è un altro tormentone: la ricerca del colpevole, di volta in volta rappresentato dalle banche, dalla politica, dai cinesi eccetera.
Al contrario, l’analisi oggettiva della situazione e la scelta degli strumenti giusti per affrontarla sono il miglior antidoto alla crisi “tormentone”. E’ necessaria cioè una strategia che tenga conto delle difficoltà del mercato ma anche dei punti di forza di cui disponiamo. Ogni azienda è a conoscenza delle leve su cui è possibile agire: un marketing più aggressivo, prezzi più competitivi, innovazione tecnologica eccetera. Certo è indispensabile che il contesto economico globale migliori, ma le imprese meglio organizzate continuano ad investire per fronteggiare la recessione e si preparano così a cogliere, quando si manifesteranno, i primi segnali di ripresa.
Nel prossimo autunno speriamo che, con le foglie, cada, se non la crisi, almeno il tormentone. Buon Ferragosto a tutti!

Da Plast maggio 2009

La plastica alla conquista del vino
di Paolo Spinelli
Prima sono stati i tappi di plastica al posto di quelli di sughero a far storcere il naso agli intenditori di vino. Adesso che rischia di diventare di plastica tutta la bottiglia cosa diranno?
Non è difficile immaginarlo: sembra già di sentire drastici giudizi negativi e anche qualche imprecazione. A lanciare la difficile sfida sono gli australiani della Foster’s, che hanno deciso di imbottigliare due dei loro vini col marchio Wolf Blass in bottiglie di PET da 750 millilitri. Ad essere distribuiti nelle bottiglie di plastica saranno un bianco secco e frizzante e un Cabernet Sauvignon.
Alla Foster’s sono entusiasti. Secondo il direttore globale Oliver Horn, la nuova tecnologia, denominata “diamond clear”, permette di produrre bottiglie perfettamente trasparenti che hanno una durata di circa un anno. Il problema maggiore sarà la reazione dei consumatori. Non si può però escludere che nel giovane continente australiano, che pure vanta una tradizione enologica di tutto rispetto, la nuova soluzione possa trovare maggiori favori rispetto ai mercati della vecchia Europa, sicuramente più legata al tradizionale matrimonio del vino col vetro.
Bisogna tuttavia ricordare che uno scetticismo non dissimile fu incontrato dai tappi di plastica che oggi sono una realtà affermata nel campo dell’enologia, anche in quella di buon livello. Ora, una bottiglia non è un tappo, ma non si può escludere che la confezione nel PET possa aprirsi una piccola breccia nel mercato mondiale del vino. Addirittura, sempre secondo Horn, non si tratta affatto di una nicchia ristretta ma di un segmento molto più ampio: da una ricerca di mercato risulta che circa il 92% del vino viene consumato entro 48 ore dall’acquisto. Non è quindi quasi mai necessario che la conservazione duri molti anni.
Il nuovo prodotto verrà testato per tutto il 2010: in seguito, in base ai risultati, si deciderà se procedere con l’esportazione. Il fattore comunicazione riveste un ruolo centrale. Una delle carte che Foster’s ha deciso di giocare a questo proposito è quella ecologica. Con una costosa campagna pubblicitaria, l’azienda ha comunicato che, in base ai test effettuati, la bottiglia in PET è in grado di ridurre del 29% l’emissione di gas serra.
Certo è che il mercato non manca di contraddizioni. Da una parte vengono varate normative che hanno lo scopo di ridurre il consumo di plastica, come nel caso dei famigerati sacchetti. Dall’altra, vengono presentate sempre nuove applicazioni che invece, in prospettiva, aumentano (e non di poco) il consumo di polimeri.
Vedremo bottiglie di vino in PET sugli scaffali di enoteche e supermercati? E’ presto per dirlo, ma non sarebbe la prima sfida ai pregiudizi vinta dalla plastica, la quale, inizialmente accolta quasi sempre con diffidenza (vi ricordate i primi paraurti in plastica?), si è poi affermata, anzi imposta, come indispensabile. E forse è proprio questa la sua vera forza: parte in svantaggio, recupera sulla distanza e alla fine… non se può proprio fare a meno.

Da Plast marzo 2009

Sacchetti al bando? Sì, no, forse
di Paolo Spinelli
Sono accusati di inquinare la terra, il mare, l’aria. Al punto che dal mese di gennaio del 2010 non sarà più possibile produrli e venderli. Di cosa stiamo parlando? Ma dei sacchetti di plastica, naturalmente.
Cominciata negli Stati Uniti, la campagna per la loro sostituzione con sacchetti in materiale biodegradabile è arrivata in breve tempo anche in Europa. Le iniziative si sono moltiplicate.
In una città da sempre attenta all’ecologia come Seattle, per esempio, sulla costa orientale degli Usa, le autorità comunali erano giunte a pensare a una tassa di 20 centesimi di dollaro da applicare ad ogni sacchetto immesso sul mercato. In seguito, una petizione sostenuta dalle industria produttrici di sacchetti era riuscita a bloccare l’iniziativa.
A decidere la questione sarà a questo punto un referendum il cui esito è tutt’altro che scontato. A complicare le cose infatti si sta mettendo la crisi economica: per molti non è il caso di creare ulteriori difficoltà a un intero settore economico per ottenere risultati ambientali di dubbia portata. Sotto questo profilo c’è anzi il rischio di aumentare il consumo di sacchetti di carta che presentano problemi di inquinamento di effetto non minore di quello della plastica.
Molte cose stanno comunque cambiando e il sacchetto biodegradabile sembra la soluzione più praticabile. La grande distribuzione non sta certo a guardare. Prova ne è il fatto che negli ultimi mesi si sono moltiplicati gli accordi fra le catene di supermercati e i produttori di polimeri biodegradabili.
Anche i costruttori di linee di estrusione di film si sono da tempo attrezzati, mettendo a punto impianti capaci di processare i biopolimeri con elevati livelli di produttività e di qualità.
Il fenomeno dei sacchetti di plastica, in ogni caso, è di proporzioni planetarie. Uno sguardo alle cifre può aiutare a comprendere le dimensioni del problema. Si calcola che ogni anno nel mondo vengano prodotti dai 500 ai 1000 miliardi di sacchetti che corrispondono a quasi in milione al giorno. In Italia si consuma circa un quarto di tutti i sacchetti di plastica prodotti in Europa, per l’esattezza 260 mila tonnellate.
Anche l’impatto ambientale (dati Coldiretti) ha grandi numeri. Per produrre 100 sacchetti in polietilene occorrono 10 chilogrammi di petrolio; per 100 sacchetti biodegradabili sono necessari 0,5 chilogrammi di mais e un chilogrammo di olio di girasole. La produzione nazionale di sacchetti richiede 3 milioni di barili di petrolio.
In base a uno studio della Provincia di Milano, eliminando completamente tutti i sacchetti consumati nel territorio provinciale, sarebbe possibile ridurre di 26.600 tonnellate la produzione di CO2.
Arriveremo al bando definitivo? Se qualche mese fa la risposta era certamente un sì, oggi è più difficile essere così sicuri. Tuttavia la soluzione, come in tanti problemi ecologici, non può consistere in una semplice messa al bando. Ancora una volta la tecnologia e la ricerca sono i migliori alleati dell’ambiente. Materiali più leggeri, più duraturi e magari anche biodegradabili sono una risposta senz’altro più efficace alle emergenze del nostro pianeta.

Da Plast febbraio 2009

Alleanze scaccia-crisi?
di Paolo Spinelli
La notizia arriva dalla Germania. Secondo la “Frankfurter Allgemeine”, Mercedes e BMW sarebbero in procinto di siglare un accordo per lo sviluppo di componenti comuni. Lo stesso presidente della casa della stella a tre punte Dieter Zetsche sembra confermarlo. In un’intervista al settimanale “Der Spiegel”, alla domanda se il progetto sia realizzabile, Zetsche risponde “Sì, perché no?”, sottolineando inoltre le opportunità di realizzare automobili di elevato contenuto tecnologico da vendere in tutto il mondo.
L’intesa riguarderebbe, in base ai pochi particolari che sono trapelati, la possibilità di progettare e costruire nuovi motori, ma esclude reciproche partecipazioni azionarie.
Se il progetto andasse avanti, sarebbe una vera rivoluzione, per una serie di motivi. Innanzitutto perché Mercedes e BMW sono rivali storiche: sono entrambi marchi prestigiosi, costruiscono automobili di alto livello tecnologico, condividono un target di clienti molto esigenti e sono presenti e conosciuti in tutto il mondo. Non mancano le differenze: Mercedes ha un’immagine più classica, BMW più sportiva. Il rischio, sicuramente ben presente ai manager e agli ingegneri, è che si vadano ad appannare le peculiarità dei due costruttori.
Ma forse l’aspetto più sorprendente dell’accordo è il solo fatto che se ne parli: in sostanza sarebbe come se l’Inter e il Milan facessero campagna acquisti in comune, tanta è la distanza fra le due aziende.
Tuttavia, non mancano motivi di riflessione. Il primo è che la crisi del settore dell’auto sta spingendo le aziende a unire le forze per realizzare ulteriori economie industriali. Tutto questo può spingere alla nascita di scenari inediti o addirittura, come nel caso Mercedes – BMW, sconvolgenti.
E’ sicuro che quella degli accordi fra aziende è una delle possibili strade per combattere la crisi. L’intesa fra aziende concorrenti può apparire decisamente ardua, ma non è detto che sia sempre impraticabile. Più accessibile potrebbe invece essere una più stretta collaborazione di filiera, in pratica fra fornitore e cliente, o a livello di distretto industriale.
Sul piano legislativo anche in Italia qualcosa si sta muovendo in questa direzione. All’approvazione del Governo ci sarebbe un insieme di agevolazioni fiscali per facilitare la fusione tra piccole e medie imprese.
Bisogna sottolineare però che l’unione o la collaborazione fra aziende contrasta con quella consuetudine culturale ed economica che finora ha spinto il tessuto industriale italiano verso la frammentazione, più che verso l’accorpamento. Contro questo tipo di resistenza è forse più opportuno immaginare forme di cooperazione più elastiche e quindi capaci di coniugare le esigenze dell’economia di scala con la filosofia del “piccolo è bello”, per esempio migliorando la politica degli acquisti e la gestione delle reti commerciali e liberando risorse per l’innovazione.
E’ certamente un percorso non facile (quasi una rivoluzione, per molti aspetti) ma dalle prospettive non trascurabili. Soprattutto in una situazione economica come quella attuale, è più che mai necessario ripensare i modelli di business, per essere pronti a cogliere i primi segnali di ripresa che, è lecito sperare, non tarderà ad arrivare.

Da Plast gennaio 2009

Buon compleanno Barbie!
di Paolo Spinelli
Barbara Millicent Roberts compie cinquant’anni. Auguri, signora! Eh sì, sarebbe bello dirle buon compleanno di persona se non si trattasse di una bambola, anzi, della bambola più famosa del mondo: Barbie.
Barbie è uno degli oggetti di plastica più popolari. Il suo successo commerciale, che ne fa una vera icona del ‘900, ha cifre da capogiro: oltre un miliardo le Barbie vendute (la prima a 3 dollari) in oltre 150 Paesi, per un incasso di 3,3 miliardi di dollari.
I suoi genitori, i coniugi Ruthie Mosko e Isadore Helliot Handler, fondarono nel 1945, nel garage di casa a Los Angeles, la Mattel, che sarebbe diventata il colosso planetario che è oggi.
Quando fu presentata, il 9 marzo del 1959, alla fiera del giocattolo di New York, Barbie fu davvero una rivoluzione per l’ultraconservatore mondo delle bambole. Tanto per cominciare non era una bambina coi boccoli o un neonato in fasce, ma una bella ragazza slanciata, truccata e coi tacchi alti. E poi rappresentava una donna moderna e dinamica, indipendente ed emancipata: il suo storico fidanzato Ken, presentato molti anni dopo, è sempre stato poco più di una comparsa, un’ombra alle spalle della sua celebre girlfriend. Un’immagine, quella di Barbie, anche però ben lontana dal modello tutto look e shopping di altre bambole più recenti.
In mezzo secolo anche Barbie è cambiata. Il volto a O (perché le labbra sembrano pronunciare questa vocale) è del 1967. Nel 1972 il viso si è addolcito e nel 1977 sono comparsi i denti. Nel 1980 è arrivato il modello orientale: quella di colore è degli anni ’60.
Infinito il guardaroba. Barbie ha indossato qualsiasi tipo di vestito e interpretato tutti i possibili ruoli: indossatrice, hostess, manager, pilota, medico eccetera.
Oggi, dopo tante avventure e trasformazioni, Barbie è una signora di cinquant’anni. Li dimostra oppure no? Per molti aspetti, sì. Le bambine che giocano con Barbie sono sempre meno numerose, a causa soprattutto della concorrenza dei giochi basati sull’elettronica e su Internet. L’impressione è che Barbie sia diventata un po’ fuori moda.
Tuttavia non è detta l’ultima parola. In cinquant’anni il prodotto Barbie si è notevolmente evoluto. Non avrebbe potuto essere altrimenti, avendo dovuto venire incontro ai gusti di tante generazioni di bambine. Recentemente è addirittura stata presentata una Barbie con lettore mp3 incorporato, che unisce così il giocattolo tradizionale e l’ormai indispensabile tecnologia.
Considerazioni “di costume” a parte, Barbie è un enorme successo industriale che riassume e concentra in sé caratteristiche determinanti per qualsiasi prodotto che ricerchi un’affermazione totale. Innanzitutto l’essere un prodotto globalizzato: in ogni angolo del mondo, tutti hanno visto e conoscono Barbie, non solo le bambine. Le aziende di maggior successo sono quelle capaci di operare in tutto il mondo, senza limiti commerciali o culturali.
In secondo luogo, il rapporto qualità-prezzo: per poter essere venduto in numero elevatissimo un articolo deve interpretare correttamente le abitudini di consumo e le capacità di spesa degli clienti. Conoscere il cliente e le sue esigenze è indispensabile.
Infine, terzo elemento del successo di Barbie: l’essere un prodotto di massa che può però essere fortemente personalizzato, coniugando così l’economia di scala della standardizzazione industriale e l’esigenza del consumatore di avere un rapporto diretto e quasi privato con il prodotto.
Barbie è diventata grande e forse ha qualcosa da insegnarci: buon compleanno, Barbie!

Da Plast dicembre 2008

Ricerca, banche, industria… a volte funziona
di Paolo Spinelli
Editoria e plastica possono trovare un punto di unione. No, non stiamo parlando di una nuova rivista, ma del foglio di plastica per leggere i giornali messo a punto da Plastic Logic.
Il foglio di plastica, che per il momento non ha un nome che lo identifica a parte quello generico e un po’ ovvio di e-newspaper, funziona in questo modo. Appositi film-transistor controllano la distribuzione dell’inchiostro in modo da formare parole e immagini. Basta collegarlo con un computer e scaricare i contenuti che interessano: giornali, libri, riviste, fotografie eccetera.
Il foglio di plastica, che non è retroilluminato come il monitor di un computer, può infatti contenere una notevole quantità di dati in un peso di circa mezzo chilogrammo. La batteria che ne permette il funzionamento ha una durata di circa due giorni, per soddisfare le esigenze dei lettori più incalliti. In più ha anche una certa flessibilità e resistenza: se cade per terra non si rompe. O almeno così dicono alla Plastic Logic.
Il lancio del prodotto è previsto per la primavera del prossimo anno e poi si vedrà se sarà un successo di massa oppure no, come a volte è successo in passato con alcune invenzioni rivoluzionarie che non hanno poi avuto la forza di imporsi. Il foglio verrà realizzato a Dresda, in Germania, in uno stabilimento in gran parte dedicato a isole “clean-room”, per operare in completa assenza di contaminazioni.
L’e-newspaper è il segno che lo spazio per inventare qualcosa di nuovo esiste. Basta avere competenze tecniche, voglia di innovare e un pizzico di fantasia. Non è un caso che i fondatori di Plastic Logic siano scienziati e ricercatori dell’Università di Cambridge. Però avere conoscenze e fantasia non basta. Nel progetto hanno creduto importanti gruppi industriali e finanziari internazionali, come Siemens, Basf, Dow Chemical e Bank of America.
Il foglio di plastica per leggere libri e giornali è il risultato di una collaborazione, efficace fra ricerca e industria, dove la prima mette a disposizione della seconda idee e progetti. L’industria da parte sua, insieme al mondo creditizio, provvede a fornire impianti, attrezzature e il capitale di rischio. E’ un’operazione assolutamente normale nei mercati più evoluti, ma che è invece piuttosto rara in Italia, dove le banche preferiscono “giocare” sul sicuro e sono meno propensa a finanziare le nuove idee.
E poi un’altra riflessione. L’e-newspaper è un altro oggetto (l’ennesimo) che senza la plastica non potrebbe esistere: di plastica è il foglio che permette la visione dei testi e delle immagini, di plastica è il bordo che lo contiene. Leggere e duttili, le materie plastiche possono assumere qualsiasi forma, risultando inoltre più resistenti agli urti di qualsiasi altro materiale.
La plastica è il presente e il futuro della nostra civiltà, della nostra economia, del nostro modo di vivere. Il continuo progresso dei materiali e delle tecniche di lavorazione non permette, nemmeno alla fantasia di un romanziere o di un regista, di immaginare cosa ci riserva il futuro in fatto di nuovi prodotti, di progetti e di sostenibilità ambientale.
L’e-newspaper è però una realtà dell’oggi. Conquistare i consumatori sarà la vera sfida; come sempre sono loro a determinare il successo di un prodotto. Preferiranno il foglio di plastica o la vecchia carta?

Da Plast novembre 2008

Tecnologia e qualità per resistere alle tempeste finanziarie
di Paolo Spinelli
“Guardare nella sfera di cristallo è una cosa rischiosa”, ha detto Bernhard Merki, presidente di Euromap, durante la recente assemblea dell’associazione che riunisce i costruttori europei di macchine per la lavorazione della plastica. Le vicissitudini finanziarie internazionali, se gettano una pesante ombra sul futuro dell’economia mondiale, non devono però far passare in secondo piano il fatto che l’industria europea che fa capo ad Euromap detiene una quota del mercato mondiale pari al 54,9% e che l’Italia con il suo 12,3% si colloca al secondo posto a livello continentale dopo la Germania (24,9%). E’ tuttavia avvertibile una diminuzione degli ordini che porterà nel 2009, in base ai dati Assocomplast e Vdma (le associazioni di settore italiana e tedesca), a un calo della produzione fra il 3 e il 5%.

Stampaggio, estrusione, soffiaggio
Parlando di segmenti e tecnologie, lo stampaggio a iniezione risente della situazione complessiva del settore che non è positiva a causa di una sensibile riduzione degli ordini. Tuttavia i progetti non mancano anche se in qualche caso non vengono portati a conclusione per motivi finanziari. L’imballaggio e il medicale sono i settori industriali più attivi, mentre l’automobile e l’edilizia mostrano un calo. Sul piano prettamente tecnico, lo stampaggio a iniezione si sta muovendo verso macchine sempre più efficiente dal punto di vista energetico e una maggiore integrazione dei processi produttivi.
Meno problematica, rispetto a quella dello stampaggio, la situazione dell’estrusione in tutti i segmenti: film, lastra, tubi eccetera. Qualche preoccupazione viene piuttosto dalla congiuntura finanziaria, a causa dei grandi investimenti necessari per l’acquisto di attrezzature di estrusione, maggiori rispetto a quelli necessari per le presse. In ogni caso la domanda di prodotti estrusi è destinata a crescere, anche grazie all’aumento della capacità produttiva di polimeri negli impianti in Asia e Medio Oriente. Anche nell’estrusione gli obiettivi più importanti sono alta produttività, risparmio energetico e riduzione dei costi.
Nel soffiaggio è da segnalare un crescita del consumo di PET e un crescente interesse per le applicazioni tecniche, come quelle per l’automobile. Anche qui le strategie dei costruttori sono finalizzate alla diminuzione dei costi e al risparmio di energia.
Diverso per molti aspetti è lo stato delle attrezzature ausiliarie che mantengono la posizione grazie a un minore impatto finanziario e ai minori investimenti richiesti rispetto alle macchine primarie.

Il futuro: l’innovazione
L’essere un “Global player” è, e sarà sempre più in futuro, una carta vincente. Non solo perché scommettere su un numero maggiore di mercati permette di aggirare le situazioni di crisi, ma perché consente di trasferire le tecnologie più avanzate in tutte le aree del mondo. Un ruolo importante a questo proposito è la legislazione ambientale che, anziché essere vista come un ostacolo, è invece all’origine di molte innovazioni e anche di quel “gap” che permette di mantenere un livello tecnologico più elevato rispetto alla concorrenza asiatica.
La qualità continua infatti ad essere il principale punto di forza dell’industria europea. Per sottolineare questa caratteristica è stato presentato il marchio “Pro Original” che sarà utilizzato dalle aziende sui prodotti e nelle fiere. Un segno che l’industria europea intende rimarcare con orgoglio le sue prerogative: la migliore premessa per un futuro di qualità, anche nei risultati economici.

Da Plast ottobre 2008

Indietro poco quasi avanti
di Paolo Spinelli
Hanno fatto il giro del mondo le immagini degli impiegati di Lehman Brothers che qualche settimana fa, dopo il fallimento della banca d’affari americana, lasciavano i loro uffici a Manhattan con scatole di cartone contenenti i loro effetti personali. Il rischio di un’ondata di panico, causata dal crollo della fiducia di operatori e risparmiatori, ha costretto l’amministrazione Bush a uno dei più massicci interventi in campo finanziario dai tempi della crisi del ’29.
Quasi a fare da contraltare alle difficoltà e alle incertezze dell’economia “di carta” emerge la forza dell’economia reale, quella basata sul lavoro, sulla tecnologia e sulla produzione. Da questo punto di vista la posizione dell’industria italiana delle materie plastiche è rassicurante; il comparto può infatti contare su valori molto concreti e affermati da tempo, a cominciare dal “made in Italy”. Il marchio è ormai ben riconosciuto nel mondo per l’elevato livello tecnico, il servizio “su misura” e anche per una sensibile competitività in fatto di prezzo.
Un secondo antidoto è la forte capacità di esportazione delle nostre imprese, anche le più piccole. Per le aziende delle materie plastiche la quota di fatturato che deriva dall’export supera spesso l’80%. Essere presenti in tutto il mondo permette di distribuire meglio il rischio e di cambiare direzione con minori difficoltà, rispetto a chi vende solo in Italia. Certamente non è un risultato che deriva dal caso, ma è il segno di una capacità di interpretare il mercato, di fornirgli ciò di cui ha bisogno e, infine, ma di non minore importanza, il segno di un’intraprendenza, di un coraggio e di una disponibilità al confronto con mentalità e culture diverse.
Un terzo aspetto che mette le nostre aziende al riparo dalle ripercussioni delle crisi finanziaria è il servizio. Oggi la conoscenza delle tecnologie è diffusa in tutto il mondo e la Cina lo dimostra. Tuttavia, ciò che può fare e fa la differenza è la capacità di fornire “qualcosa in più” che significa servizio, inteso sia come progettazione e consulenza personalizzate, sia come intervento post-vendita efficace e tempestivo.
Da ultimo, fra i punti di forza delle industrie italiane metterei la scarsa propensione all’investimento finanziario e ai giochi di Borsa. L’imprenditore italiano crede innanzitutto nel proprio lavoro e nelle sue potenzialità di crescita. Per questo indirizza gli investimenti direttamente nell’attività principale, sviluppando nuove tecnologie, rinnovando i prodotti e andando alla scoperta di nuovi mercati in tutto il mondo.
E’ senz’altro fondamentale che l’economia globale possa contare su istituti di credito solidi, su una Borsa che “tenga” e sulla lotta alla speculazione, capace come abbiamo visto di bruciare somme favolose (e posti di lavoro) in brevissimo tempo. Ma è altrettanto vero, e le recenti vicende lo dimostrano, che gli investitori preferiscono spesso il breve termine, il “tutto e subito”, piuttosto che convogliare risorse verso l’industria e la produzione.
Proprio la distanza (economica ma anche culturale) da tutto questo è l’elemento che più di ogni altro in grado di proteggere l’economia reale da quella “di carta”. Tecnologia e lavoro (tanto lavoro) non andranno mai fuori moda. Al prossimo Plast di Milano ne avremo la conferma, possiamo starne certi.

 

Da Plast luglio/agosto 2008

Globalizzazione… alla rovescia?
di Paolo Spinelli
Il mondo sta ridiventando grande come una volta? E’ già finito il processo di “riduzione delle distanze” provocato dalla globalizzazione? Le aziende stanno invertendo la rotta in fatto di delocalizzazione della produzione?
Finché si parla della rivoluzione di Internet e dei mezzi di telecomunicazione la globalizzazione è una realtà consolidata. Ma quando si comincia a parlare di merci, le cose cambiano. E non poco.
Secondo il rapporto degli economisti Jeff Rubin e Benjamin Tal, svolto per conto della banca d’affari canadese Cibc, sembrerebbe proprio che il mondo si stia allargando. I segnali non mancano.
Alla base di questo fenomeno (manco a dirlo) la corsa (inarrestabile?) del prezzo del petrolio. Se a questo si unisce il fatto che il 90% delle merci (in tonnellate) viene trasportata via nave, il gioco è fatto. In pratica, è come se il continuo aumento del costo del trasporto rappresentasse una riedizione “sui generis” dei vecchi dazi doganali, un extra-costo in continua crescita.
I due studiosi fanno alcuni esempi. Se spedire un container da Shanghai a New York, quando il petrolio costava 20 dollari al barile, costava 3 mila dollari, oggi, con il petrolio a 140 ne costa 8 mila che potrebbero diventare 15 mila se il petrolio arrivasse a 200 dollari. Generalizzando, nel primo caso il trasporto equivale a un dazio del 3%, nel secondo del 9, nel terzo del 15, come negli anni ’60, prima degli accordi Gatt di riduzione delle tariffe del Kennedy Round.
Come è facile immaginare le ripercussioni sono molto serie e profonde. Il commercio mondiale, che nel 2006 era cresciuto dell’8,6%, aumenterà quest’anno solo del 4,5%. Secondo gli economisti il raddoppio del costo del trasporto causa una riduzione del volume del commercio mondiale del 45%. Si ipotizza che la principale conseguenza di questo fatto potrebbe essere un ritorno alla localizzazione della produzione e del commercio. Per esempio, il basso costo del lavoro di Paesi come la Cina, potrebbe venire compensato da un aumento di quello del trasporto, rendendo così meno vantaggioso trasferire la produzione in Estremo Oriente. In pratica la competitività dovrebbe essere ricalcolata in base a nuovi parametri. In effetti, la pagine dei giornali economici non mancano di notizie riguardanti aziende americane o italiane che decidono di tornare sui loro passi, riportando in patria la produzione.
Anche le compagnie aeree (non dimentichiamo che il volo è anche uno strumento di lavoro) stanno modificando la loro strategia, a cominciare dalla cancellazione di molti voli diretti no-stop a lungo raggio. La ragione è molto semplice: un volo no-stop consuma più carburante. L’aereo diventa infatti più pesante, dovendo trasportare anche il carburante che serve a trasportare… il carburante.
In ultima analisi, il petrolio, insieme alla quotazione del dollaro, continua ad essere il principale fattore di condizionamento dell’economia internazionale, la premessa a qualsiasi progetto industriale, piccolo o grande che sia. Ma non è solo un fatto di economia: il prezzo del petrolio condizionerà, anzi sta già condizionando sempre di più anche il nostro stile di vita, le nostre scelte in fatto di consumi e di comportamenti. Conseguenze non da poco, di cui è difficile intuire l’esito, ma è certo che occorrerà un significativo sforzo creativo per superarle.

Lascia un commento