Bollettino di guerra ovvero il senso

Ottobre 9, 2009

9788804576570gPer chi ha letto “Niente di nuovo sul Fronte Occidentale”, “Bollettino di guerra” di Edlef Köppen è un considerevole ampliamento di prospettiva sui romanzi dedicati alla Grande Guerra. Protagonista del racconto, svolto in terza persona, è Adolf Reisiger, uno studente che si arruola volontario e che viene incorporato in un reggimento di artiglieria. Reisiger diventa un soldato e si trova a combattere la guerra dalla sua prospettiva, cercando di sopravvivere ai proiettili e alle granate. Nel racconto non viene espresso un particolare spirito critico o di condanna nei confronti della guerra: sono gli avvenimenti narrati a far emergere la disumanità, la crudeltà e l’insensatezza della guerra. Un’insensatezza resa ancora più drammatica dal fatto che Köppen, fra una paragrafo e l’altro del racconto, trascrive bollettini di guerra dei comandi, articoli di giornali e di fogli di propaganda che inneggiano alla guerra. Dunque un’alternativa al romanzo di Remarque che non solo regge il confronto, ma che, a mio parere, risulta addirittura più viva e immediata. La narrazione ha un ritmo cinemetografico. Anzi, se fossi un produttore, non esiterei a farne una riduzione per il grande schermo. Basti rammentare a questo proposito la sequenza del bombardamento di artiglieria a cui la batteria di Reisiger viene sottoposta per una notte intera. Colpisce infine che un altro straordinario romanzo sulla Prima Guerra Mondiale (come il già rammentato Remarque ma vogliamo dimenticare, mutatis mutandis, “La Cripta del Cappuccini” di Joseph Roth?) provenga dalla letteratura tedesca, quasi che la sconfitta abbia dato vita a una riflessione più approfondita sul senso di quella tragica esperienza. Ecco, il senso. Emerge dalle parole di Köppen la chiara idea dell’assoluta mancanza di senso di quel conflitto: un risultato che gli scrittori hanno raggiunto immediatamente dopo il termine della guerra.


Un sogno in rosso ovvero “l’Incombente”

Luglio 15, 2008

“L’Incombente” è, secondo me, il protagonista del romanzo “Un sogno in rosso” di Alexander Lernet-Holenia (Adelphi). Nel 1938, in una villa isolata nel cuore della Polonia, si ritrova un gruppo di aristocratici russi fuggiti dalla Rivoluzione d’Ottobre e diventati servi del proprietario, il mite e fatalista conte Chlodowski. Fra gli esuli uno scrittore fallito, Ananchin, autore, durante una festa a San Pietroburgo, prima della Grande Guerra e della Rivoluzione, di una terribile profezia: tutti i presenti e la stessa Russia avrebbero conosciuto la rovina, la dissoluzione e la morte.
Ma nel 1938 il mondo è sul ciglio di una nuova tragedia. Ed ecco giungere “l’Incombente”, un pericolo che sovrasta l’umanità e le cui fattezze sono quelle di Michail, un giovane educato ed elegante: “A preoccupare gli emigrati era quel che di cupo e di inespresso all’improvviso aleggiava ovunque nell’aria”.
Quali sembianze assume oggi “l’Incombente”? Anche oggi è percepibile la sua presenza, come una minaccia oscura, indefinita ma capace di capovolgere il nostro mondo, i nostri valori e il nostro modo di vivere. La sua azione è riconoscibile nel comportamento delle persone, soprattutto delle meno consapevoli. Come prima di una tempesta, gli animali si agitano e fuggono senza sapere perché, ma non possono agire altrimenti e devono essere pronti a compiere qualunque atto, anche il più crudele, per trovare riparo e salvezza. Così gli uomini si rinfrancano con barcollanti certezze, tentano di rendere più solida la posizione economica, radicalizzano le scelte politiche e religiose.
Ma proprio questa è la potenza dell’”Incombente”: provocare spavento e insieme far credere che sia possibile una via di scampo. Invece è proprio la fuga ad accelerare e ad accrescere la rovina. Quello che sembra il più sicuro dei rifugi è in realtà la più sofisticata delle trappole.
“Un sogno in rosso” termina con la ribellione dei servi, il rogo della villa e la dispersione dei suoi abitanti. Tutto ciò senza una spiegazione apparente, come se tutto fosse stato inghiottito dagli incomprensibili mutamenti di corso della storia, in cui tutti, alla fine, si ritrovano più poveri e più soli.
Riconosco nel romanzo una sensibile impostazione teatrale. Non mi stupirebbe se qualcuno pensasse a un trasposizione sul palcoscenico della vicenda narrata da Lernet-Holenia.